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Agosto

30 - Coumboscuro - Sala Convegni

- Una quarantina di persone nella sala del museo di Coumboscuro gestita dalla famiglia Arneodo. Proiettiamo due episodi da emigrazione: “Il mercato di Barcelonnette” e “Giovanni Battista Comba”, l’evento fa parte delle manifestazioni del “Rumiage”.


- Dal pubblico si chiede la differenza tra “Il mondo dei vinti” e “L’anello forte”. Naturalmente la differenza principale consiste nel sesso degli intervistati, “Il mondo dei vinti” maschile e “L’anello forte” femminile. Chiaramente le differenze sono molte, il secondo libro, arriva da un’esigenza di Nuto Revelli che si accorge di un mondo femminile messo in ombra nel mondo dei vinti.


- Alcune donne invitate alla serata raccontano la loro vita migrante in Francia. Si lavorava nella raccolta e nel commercio dei fiori.. Facevano spedizioni di fiori in Belgio, Svezia, Germania. “Mangiavamo lavorando...”. Una donna racconta di essere andata a raccogliere i fiori d’arancio. Un’altra faceva i mazzetti di fiori. “Io sono andata in Francia a 15 anni, quando sono arrivata a Nizza era tutto diverso...”.

- Un’altra donna dice che la grande difficoltà è stata portata dalle guerre che hanno decimato la presenza maschile in montagna: “Invece di pensare a fare le guerre avessero pensato di più alle condizioni delle persone”.
- Un signore francese evidenzia un’inquietudine degli episodi visti, il signore si chiede perchè le persone partivano per la Francia. La risposta arriva da una donna del pubblico: “Era la miseria!”.
- Si arriva poi all’esempio contemporaneo di immigrazione, raccontiamo che a Salins de Giraud ci è capitato di chiedere il permesso di filmare gli operai al lavoro e che il responsabile ci ha risposto che non era socialmente opportuno per la presenza di lavoratori nord-africani che non erano in regola.
- “Si è sempre vissuto di emigrazione temporanea, d’estate si tornava a fare il fieno...”.
- Una donna racconta che, in famiglia, non avevano i soldi per comprare le medicine. “Mia madre non aveva i soldi per comprarmi il quaderno per scuola, devo ringraziare il signor Arneodo che mi procurava i mezzi per studiare”.


- Una studentessa che ha fatto una tesi sulla emigrazione del piemonte sud-occidentale spiega come fosse la miseria il motore della emigrazione, insieme alla certezza che si andava a guadagnare qualcosa per poter vivere meglio. Aggiunge che la emigrazione temporanea trova le sue radici almeno nel 1600.


- Poi c’è da registrare l’ormai solito intervento sulla lingua utilizzata da Nuto Revelli con i testimoni di montagna, ossia il piemontese. Il signore che interviene lamenta una naturalezza inferiore nei testimoni più abituati a parlare in Patois. Nonostante i “piemontesi” e i “patois” delle vallate siano uniti da una continuità linguistica, continuiamo a riscontrare queste puntualizzazioni piuttosto grette che fanno dell’identità un qualcosa di stantìo e fermo nel tempo; quando invece l’identità che noi cerchiamo, anche tramite questa indagine, vuole essere qualcosa in continua evoluzione e costruzione, fatta di conoscenza, scambio, analisi delle sfumature che costruiscono delle differenze fluide. A parte questa valutazione, per quanto riguarda Revelli, i testimoni di montagna e la lingua utilizzata, bisogna dire che Revelli, sapendo il piemontese di Cuneo, parlava quello. Chiedeva sempre ai testimoni di esprimersi con il proprio patois, alla fine però il testimone si avvicinava all’uso della lingua piemontese per facilità di discorso; anche perchè quella generazione di persone non si faceva ancora nessun problema identitario nell’utilizzo di lingue differenti. Questo comunque è un discorso lungo che è nostra intenzione approfondire (“La frontiera è l’invito a gustare le differenze” E. Glissant).